domon ken, l’occhio del giappone

Testimone di mezzo secolo di storia del Giappone, gli anni del cambiamento del paese, passato attraverso una guerra, conclusasi con la tragedia nucleare. Domon Ken, la cui opera varca per la prima volta i confini nipponici, è però anche un narratore di tradizioni, di persone, di città e alla fine di arte, quella dei templi buddisti, dove si rifugia la sua fotografia nell’ultima fase, alla ricerca di una dimensione più spirituale e meditativa. Artista adorato in patria, ritenuto iniziatore della corrente del realismo sociale e detto per la sua capacità narrativa, il Cartier-Bresson giapponese, è ospite ancora per qualche giorno presso il Museo dell’Ara Pacis, struttura che si sta specializzando per le mostre di fotografia, prima di lui proprio Cartie-Bresson. 150 foto in bianco/nero e a colori, risalenti al periodo tra gli anni ’30 e ’70, nelle quali è condensato il suo percorso artistico e la sua evoluzione: dal fotogiornalismo alla propaganda, poi la fotografia sociale e di denuncia delle condizioni dei figli dei minatori del sud del paese, passando per la tragedia di Hiroshima e raggiungendo infine una dimensione più spirituale, ritraendo prima gli artisti giapponesi e poi l’arte dei templi buddisti. I ritratti di Hiroshima, sono forse il punto più alto della sua fotografia, immagini che scuoteranno il Giappone e dove l’umanità dell’autore emerge in modo più netto di fronte ad un episodio vissuto dalla nazione, come una vergogna da nascondere e dimenticare.

Ancora fino al 18 Settembre 2016

Museo dell’Ara Pacis, Roma.

"Bambini che fanno roteare gli ombrelli", 1937 circa, dalla serie "Bambini (Kodomotachi)" Ogōchimura 535 x 748 mm. (Ken Domon Museum of Photography)

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